Ma
Il Museo africano dei Missionari Comboniani si è rinnovato. L’idea-guida è di raccontare un’Africa plurale, dinamica, multiforme, anche attraverso la multimedialità. «In questo museo gli oggetti diventano soggetti e raccontano», dice il direttore artistico M. Troiani. «Al centro non c'è l’opera, ma la persona».

Ma - Museo africano
Telepace museo: https://www.youtube.com/watch?v=TjOl4iuQuZI

Direttore: Venanzio Milani
Vicolo Pozzo 1, 37129 Verona

Tel. 045-8092199/100

info@museoafricano.org

comunicazione@museoafricano.org

www.museoafricano.org

Orari di apertura

Martedì-Venerdì: 9.00-12.30 / 14.00-17.00

Sabato: 9.00-12.30

I e III Domenica del mese: 14.00-18.00

Giorno di chiusura: Lunedì


Lasciandosi alle spalle il centro storico di Verona, si arriva, attraverso una strada in salita, al civico 1 di vicolo Pozzo. Qui, in un’oasi di quiete, sorge il Museo africano (Ma), appena inaugurato nella sua versione rinnovata.

Una storia, quella dell’esposizione, cominciata nel lontano 1938, quando i missionari comboniani iniziano a raccogliere gli oggetti provenienti dal Continente nero, e arrivata fino a noi, attraverso periodici aggiornamenti. «L’ultima ristrutturazione nasce dall’esigenza di rivolgere più attenzione alla cultura africana e all’attività missionaria», spiega padre Venanzio Milani, direttore del museo. «Grazie al lavoro di revisione, durato alcuni mesi, hanno trovato posto nelle sale anche brevi filmati e temi attuali, come la diaspora africana, il post-colonialismo, la globalizzazione, le guerre».

Varcando la soglia, ci si ritrova immersi in un mondo dai molteplici volti, in cui si mescolano le anime del continente. Un effetto voluto, come spiega l’antropologo Marco Aime: «Bisogna dare l’idea di un’Africa plurale, che cambia, che non è statica. Non un universo unico e omogeneo, ma una realtà ricca e multiforme, composta da costumi, etnie, lingue diverse».

La prima parte dell’esposizione tratta il tema della vita, dalla nascita alla morte. Tra gli oggetti più curiosi, un perizoma di perline per ragazze e degli ornamenti fallici tramandati di padre in figlio. Pochi passi più avanti, alcune teche dedicate ai mestieri e agli attrezzi da lavoro: lance, trappole, zappe, pugnali. Appese alle pareti maschere di tutti i tipi e per ogni occorrenza: riti di iniziazione, danze per propiziare la pioggia, cerimonie funebri.

Nella sezione dedicata alla religione sono esposti oggetti vudù (che in lingua fon-ewe significa “spirito”) a cui si aggiungono riferimenti ai culti cristiani e musulmani. Una stanza a parte è riservata alla musica: un ragazzo africano con i capelli rasta si affaccia da un video per farci conoscere alcuni strumenti tipici, come djembè, balafon, kora. «I ritmi honky tonk, jazz, blues, samba, reggae vengono tutti dal cuore dell’Africa, così come molte espressioni artistiche», ricorda la guida Alberta Dal Cortivo, durante la visita
inaugurale.

Al centro dello spazio espositivo una piazza ottagonale con quattro ingressi, una sorta di piccolo crocevia tra i vari ambienti del museo. «Abbiamo voluto riprodurre il luogo centrale del
villaggio, la “capanna” di legno e paglia dove la gente si incontra, parla, vive», spiega il direttore artistico Massimiliano Troiani. All’interno si possono trovare informazioni su animali e piante, sull’economia, sui numerosissimi proverbi che fanno parte di una saggezza antica.

Non può mancare, verso l’uscita, il ricordo del santo Daniele Comboni, fondatore dei missionari comboniani. Una figura singolare e profetica che denuncia gli orrori perpetrati in Africa. «In questo museo gli oggetti diventano soggetti e raccontano», dice Troiani. «Il centro non è l’opera esposta, ma la persona».

Per i ragazzi laboratori e attività didattiche

Una visita adatta a tutti, anche ai ragazzi, che possono partecipare (su prenotazione) a laboratori e attività didattiche. Alla collezione permanente si affiancano, inoltre, varie mostre temporanee. Negli anni scorsi, ad esempio, ne sono state allestite alcune sugli animali, sul deserto, sul disarmo, sui giocattoli e persino sul calcio. Visitare questi spazi è un modo per sconfiggere i pregiudizi e la paura e per contribuire, attraverso la conoscenza, alla costruzione di una società più giusta e più solidale.