AF - 70 EMERGENZA SUD SUDAN

In questo pezzo di mondo dimenticato, festeggiato sei anni fa per essere la più giovane nazione del pianeta, la fame è diventata un’arma.
Non solo affamare, ma anche distribuire cibo e far diventare così chi riceve aiuti probabile bersaglio di milizie allo sbando, ridotte come la gente alla fame e, per questo, autorizzate a fare qualsiasi cosa, quando va bene, rubare cibo, quando va peggio, stuprare. Lo stupro, lo racconta Pietro Del Re, su Repubblica.it, è consentito ai militari che non ricevono più stipendio. Parte del compenso diventa il corpo delle donne che si incontrano per strada.
Il 22 giugno scorso, l’ultimo report delle Nazioni Unite ha dichiarato che l’insicurezza alimentare in Sud Sudan ha raggiunto livelli senza precedenti, causando morti che si sommano agli oltre 300mila stimati finora. Si parla, oramai e da diverso tempo, di “genocidio”, di una catastrofe umanitaria segnata dalla fame cui si aggiunge l’emergenza sanitaria. Mancano le cure essenziali per l’assistenza più elementare a quelle che sono le patologie più frequenti: malaria, diarrea, malattie respiratorie.
Dove non si muore per fame o per le condizioni sanitarie poi, si muore per mano delle milizie delle forze governative oppure di quelle d’opposizione. Entrambe si accaniscono sui civili, bruciando villaggi e ospedali, disseminando violenze e massacri. In un report, Amnesty International parla di “pulizia etnica”.
Due anni dopo l’indipendenza da Khartoum, avvenuta nel 2011 all’indomani del referendum vinto con il 98,8% dei voti a favore della separazione, è scoppiata la guerra civile. Si stima che vi siano oltre un milione di persone in fuga, una cifra che continua a crescere e che fa segnare al paese un record: il Sud Sudan è lo stato dove il numero di sfollati aumenta più velocemente. Da dicembre, una persona su quattro è stata costretta  a lasciare la propria casa a causa del conflitto tra dinka e nuer.
Lo scorso 21 giugno il cardinale Peter Turkson ha esposto alla stampa il progetto voluto da papa Francesco per aiutare il Sud Sudan e sensibilizzare l’opinione pubblica, tra le varie attività a sostegno delle realtà presenti , vi sono anche i due ospedali dei missionari comboniani, a Wau e Nzara, zone dove il conflitto si è fatto più aspro. Il pontefice, che avrebbe dovuto visitare il paese entro la fine di questo anno, ha intanto posticipato il viaggio per motivi di sicurezza.
I missionari comboniani sono presenti nel paese da ancora prima dell’indipendenza, con le comunità di  Juba (Juba, Moroyok, Talì); Rumbek (Mapuordit, Yirol) e Malakal (Old Fangak Wau). Da alcuni anni è attivo il progetto Emergenza Sud Sudan, attraverso il quale i missionari procurano viveri, medicine, vestiti, attrezzi agricoli e sementi per le popolazioni locali.

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